Insieme alla transizione digitale, secondo The State of Fashion 2021 l’attenzione dei confronti delle tematiche ambientali è in cima all’agenda del fashion system. Anche perché il settore ha una grande responsabilità nei confronti del pianeta. La ricerca realizzata da McKinsey Fashion on Climate mostra che nel 2018 l’industria della moda è stata responsabile di circa 2,1 tonnellate di emissioni di gas serra, circa il 4% del totale globale, quanto le economie di Francia, Germania e Regno Unito messe insieme.
Secondo Cirillo Coffen Marcolin, presidente di Confindustria Moda, “la tematica della sostenibilità a 360° farà la differenza per fortificare il settore moda nei prossimi anni”. Anche l’Ad di Pitti Immagine Raffaello Napoleone sostiene che, parallelamente alla digitalizzazione, “la sostenibilità è un’opportunità per far ripartire la moda, un settore dinamico che ha sempre reagito alle crisi meglio degli altri”.
La sostenibilità delle produzioni è da qualche anno al centro della responsabilità sociale dei maggiori brand della moda internazionale. The Business of Fashion ha pubblicato nel marzo 2021 il report The Sustainability Gap, un indice di sostenibilità che mira a creare un benchmark trasparente e affidabile per monitorare chiaramente i progressi del settore verso il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità nel settore della moda.
Molte aziende del fast e del luxury fashion hanno infatti attuato negli ultimi tempi ingenti investimenti in ricerca e sviluppo di nuovi materiali e nel loro riciclo, ad esempio attraverso iniziative di upcycling. Il gruppo francese Kering, che possiede maison quali Balengiaca, Yves Saint Laurent, Gucci e Bottega Veneta, è il punto di riferimento per la sostenibilità nel mondo del lusso. Lvmh, di cui fanno parte tra gli altri Dior, Louis Vuitton e Fendi, ha promosso il progetto LIFE (Lvmh Initiative for Environment) con l’obiettivo di migliorare le sue prestazioni ambientali e ridurre le emissioni. Marchi italiani come Ferragamo, Valentino, Armani e Prada hanno attuato politiche di riduzione del loro impatto ambientale, attraverso l’uso di materiali sostenibili e riciclati, l’eliminazione di sostanze chimiche dalla loro filiera, il sostegno a campagne cruelty free. Ma tutto ciò da solo non basta, anche se è un bel passo avanti. E’ importante che ci siamo anche cambiamenti nella catena del valore dei brand, ad esempio attraverso interventi di efficientamento energetico e di transizione verso energie rinnovabili, per generare benefici sociali e ambientali a lungo termine.
A guidare questo cambiamento è anche la crescita di una nuova generazione di consumatori che chiede alle imprese maggiore impegno nei confronti dell’ambiente. Sono soprattutto le giovani generazioni, come documenta il rapporto The State of Fashion elaborato da McKinsey e dalla rivista “The Business of Fashion”, ad essere attente alla questione della sostenibilità. Secondo la ricerca il 31% dei consumatori nati dopo il 1996, la cosiddetta generazione Z, ha dichiarato di essere disposto a pagare di più per acquistare prodotti sostenibili. Questi consumatori del domani, infatti, hanno già dimostrato la loro attenzione nei confronti dei cambiamenti climatici con le manifestazioni dei Friday for Future e il movimento Extinction Rebellion.
Francesco Giordano, Co-Ceo Commercial Banking Western Europe di UniCredit, ha dichiarato che siamo di fronte a una vera e propria “onda verde” che ha modificato i modelli di consumo degli italiani, sempre più attenti alla sostenibilità ambientale, etica e sociale: “Questo trend si è rafforzato durante la pandemia: il 27% degli italiani ha infatti aumentato gli acquisti di prodotti sostenibili/eco-friendly ed è cresciuta l’attenzione delle istituzioni nazionali e globali”.